lunedì 28 aprile 2008

PPP

Ovvero: Planning Psico (o Psycho) Pedagogico.
Ovvero (II): Quello che faremo in questo mese entrante, nel dettaglio.


Come potete vedere è già tutto bello che strutturato, manca solo la vostra presenza.

Qualche piccola cosa, al volo:
  • Chi c'è c'è e chi non c'è si prepari: ogni lezione si spiegherà e si assegnerà il lavoro da svolgere per lo studio individuale;
  • Le i vogliono significare la possibilità di essere interrogati, nei limiti del tempo e dell'orario. Quindi preparatevi e, se sapete che dovete essere interrogati, rendetevi pronti;
  • Non di solo blog vive lo studente del Nobel ma anche dei libri di testo che vi ho consigliato di comprare/fotocopiare a inizio anno: nel dettaglio di questo planning sappiate che:
    • Pedagogia:Volume III, Parte I, Capitolo I, Paragrafi 1,2,4,9,11 + Schede 5 -> 9 per quanto riguarda il positivismo (con fotocopie che do in presenza) mentre per l'attivismo: Parte I, Capitolo III (tutto) + Schede (tutte);
    • Psicologia: Fotocopie sull'anziano (dal libro di testo) e, in aggiunta, fotocopie che darò in presenza sull'età adulta.
  • Mi raccomando la presenza: questo planning è anche a beneficio vostro per le turnazioni al lavoro, se avete modo di gestirle;
  • Il Venerdì 2 maggio sarà una giornata (serata) dedicata al lavoro sui pc per la creazione di Mappe Concettuali utilizzando il software che spesso vi ho consigliato. Chi ha la possibilità si porti anche il proprio notebook così da lavorare quanto più individualmente possibile.

Detto ciò, a presto!

mercoledì 23 aprile 2008

L'anima de li mejo...

...nessuna offesa, il titolo si capisce sempre dopo!
Dopo quindi aver visto il rapporto di stima - disistima tra Jung e Freud, passiamo ora ad analizzare nel dettaglio le teorie del giovine psicologo!
Tutto ebbe inizio da un sogno raccontato da Jung a Freud: una stanza arredata un po' old style portava, tramite scale, ad un nuovo spazio sottostante al primo, sempre più antico. Questa figura si ripeteva più di una volta, ripercorrendo sempre più all'indietro il tempo fino a giungere in una caverna dove si potevano scorgere delle ossa.
Effettivo Desiderio di morte, come ebbe a dire Freud?


Direi di no così come pure Jung ha detto no (aspè... lui ha detto sì, ma tanto per fare contento Freud... poi però ha precisato la natura del suo stesso sogno!).
Qui, cari miei, introduciamo il concetto di Inconscio Collettivo. L'andare sempre addietro nei tempi fino a quando, cito testualmente, si giunge ai confini con l'anima animale vuol dire che dentro di noi abbiamo qualcosa che, in chiave ereditaria, giunge fino alla nostra coscienza, alla nostra consapevolezza. Qualcosa che è sepolto, stratificato da generazioni, eppure ancora desideroso di comunicare con il nostro mondo tramite immagini, rappresentazioni (perché non potrebbe fare altrimenti). Questo insieme di immagini primordiali vengono definiti archetipi e sono lo strumento attraverso cui l'inconscio collettivo, a carattere impersonale e universale, viene a comunicare nel nostro inconscio personale, il quale altro non fa che innestarsi (nel momento in cui nasciamo) con il primo.
Da questo inconscio collettivo derivano alcune immagini chiave che poi costituiranno, in virtù della nostra esperienza (che si somma ad alcune determinazione ereditarie) la nostra personalità o tratti di essa.
Sto pensando ad esempio alla definizione di ombra, ovvero la parte nascosta, negativa di noi stessi, verso la quale noi rivolgiamo ogni male possibile e che, in virtù di questo sdoppiamento di personalità, tendiamo a considerarla come un residuo delle nostre rimozioni.
Oppure altre due definizioni importanti, quali quelle di Animus e Anima. L'animus, presente nelle donne, rappresenta la compensazione maschile (anche di natura biologica) nella personalità femminile e il contrario avviene grazie alla presenza dell'anima nella personalità maschile.

Riassumendo quanto finora detto (ma ovviamente dicendo di più), la psicologia Junghiana trova il suo fine nella individuazione del Sé ovvero nel far emergere la propria personalità (o coscienza, o Anima, o ), ovvero quello che lo rende un individuo vero e proprio.
Alleati per questa individuazione sono i processi simbolici che permettono tramite i Simboli (e gli Archetipi) di poter far emergere nel quadro confuso degli inconsci (collettivo e personale) una distinzione tra persona e ombra.
La personalità stessa si trova però, nel suo essere nel mondo, a dover vivere scissa tra il relazionarsi con l'oggetto o con il soggetto. In questi casi abbiamo diversi tipi caratteriali; chi si rivolge verso l'oggetto è un estroverso al contrario di chi, rivolgendosi verso il soggetto, è introverso.
Ora, poiché nessuna persona può essere solo una di queste proprietà, bisogna muoversi attraverso gradienti della personalità, ovvero un complesso schema attraverso cui noi riconosciamo alcuni caratteri dominanti della nostra personalità. Per identificarli, dobbiamo muoverci intorno a quattro criteri fondamentali, che ci contraddistinguono relativamente alla nostra predisposizione per l'esterno (verso l'oggetto) o all'interno (verso il soggetto). Questi sono: Pensiero, Sentimento, Intuizione e Sensazione.

Sembra difficile questo schema? Provate a mettere in pratica, pur con gli evidenti limiti di una semplificazione eccessiva, le teorie junghiane attraverso questi tre test sulla personalità; il primo è in italiano (più scarno di interesse) mentre i successivi, in inglese, sono decisamente più completi. Ve lo consiglio anche come esercizio di lingua: mettetevi con un vocabolario vicino e provate a rispondere a quelle domande. Se volete, nei commenti mettete il punteggio e il giudizio ottenuto (e quale test avete fatto).

Se 13 ore vi sembran poche

Tredici ore passano in fretta. È il normale corso di una giornata semi impegnata che fugge via indifferente tra cose da fare, spazi ritagliati per mangiare e qualche chiacchiera tra amici e famiglia. Diversa è la questione se uno passa tredici ore a parlare e a parlare.


Questo è il caso del nostro Carl Gustav Jung (1875 – 1961) che si trovò a colloquiare con il più ben noto psicoanalista Sigmund Freud nel giorno del loro primo incontro. Subito stimato da Jung – la stima era reciproca – Freud rappresentava per il nostro psicologo un punto incessante di riferimento sia in campo professionale che amicale. Un riferimento autorevole ma non dotato di quella infallibilità necessaria per non essere sottoposto alla forte critica che a lui venne riservata soprattutto sulle ormai ben note tesi sulla sessualità.
L'incontro tra Jung e Freud avvenne quando il primo, per dovere di verità, si trovò a difendere delle tesi esposte in un saggio del secondo sulla genesi della nevrosi; tale difesa era motivata dal fatto che, nonostante i diversi metodi applicati dai due psicologi, i risultati apparivano molto simili e ciò portò Jung a voler conoscere il padre della psicoanalisi. Le tredici ore a cui accennavo nel titolo rappresentano la durata di questo primo incontro, dove Jung ebbe a dire che Freud era stata la prima persona degna di rispetto e stima.
Così, anche negli incontri successivi non mancò mai il profondo legame di stima e affetto che ormai vicendevolmente andavano conferendosi sebbene piccoli aspetti (che divennero sempre più il solco di una loro, successiva, profonda divisione) iniziavano a consumare questo rapporto: innanzitutto la passione relativa alla parapsicologia e all’occultismo di Jung, mai accettata da Freud; poi la fossilizzazione di quest’ultimo sul sesso visto come causa (e colpa) di ogni cosa: veniva qui negata l’accezione di spirito, in Jung sempre cara; poi il mancato accorgersi che Jung era ormai indirizzato verso un cammino metodologico realmente autonomo.
L'evento clou dove avvenne la prima, grande, frattura con mastro Sigmund capitò durante un viaggio infinito verso l’America, in nave, dove avrebbero dovuto compiere una serie di conferenze. Nella reciproca analisi dei sogni, Jung si trovò a chiedere maggiori informazioni sulla vita personale del maestro al fine di interpretare in maniera corretta la narrazione onirica. Freud non volle dare alcuna di queste informazioni adducendo che non si sarebbe potuto permettere di perdere l'autorità nei suoi confronti. "La perse proprio in quell’istante" chiosa in maniera drastica Jung.
Come già ricordato, altri motivi poi consumarono questa amicizia: Jung stava già pensando al suo nuovo modo di concepire l'inconscio rivalutando, in chiave ereditaria, tutto il patrimonio che le esperienze delle vite passate hanno in noi. "Sessualità rimossa" o "Desiderio di morte" erano le risposte più gettonate da parte di un uomo sempre più chiuso nelle sue rivoluzionarie scoperte che però assumevano giorno dopo giorno un melanconico sapore di vintage.

martedì 11 marzo 2008

Variazioni d'organo in minore

Inutile ricordarvi che capirete il titolo nel corso del post se, mi riferisco ai presenti alle mie scorse lezioni, non avete già intuito la sottile (?) ironia (???).


Affrontiamo, nel presente articolo, il pensiero di un grande psicologo, tale Alfred Adler.
La prima riflessione che compio con voi è la seguente: possiamo chiamarlo post-freudiano?
Sì, ma anche (scusatemi, ma ormai è di moda) no.No perché le sue ricerche afferivano a percorsi differenti sin da prima di conoscere il grande Sigmund; , perché le sue dimissioni nel 1911 dalla società psicoanalitica viennese, che lo vedeva presidente, sono un segno inequivocabile di una rottura di interessi e di un controverso oggetto di studio nella pur medesima psicologia umana.
La contemporaneità con il padre dell'inconscio è altresì attestata dall'anagrafe: Alfred Adler nacque in un paesino austriaco nel 1870 (Freud nel 1856) e si spense in Gran Bretagna nel 1937 (Freud, pure lui a Londra, nel 1939). Vita breve, ma grandi riflessioni che purtroppo rimangono tuttora nascoste all'ombra di quei grandi colossi - Freud, ovviamente, e Jung - che contraddistingueranno la grande psicologia del profondo negli anni a venire.
Cerchiamo quindi di venire a queste grandi teorie adleriane cercando di essere il più lineari possibile.
Alfred Adler ha dimostrato sin da subito nella sua vita grande interesse sia per la medicina in generale (era oftalmico) che per la medicina interna in particolare, orientando la sua professione verso un'apertura sociale che nessuno, fino ad allora, aveva osato compiere. Sicuramente colpito dalle diverse sciagure storiche che stavano affliggendo l'Europa, fu arruolato come medico durante la grande guerra dove provò in prima persona i grandi traumi che questa comportò nella vita delle persone, anche in ottica di menomazioni e resistenza psicologica.
Il suo orientamento di metodo era, inoltre, indirizzato non tanto al gruppo o alla singola persona al gruppo dissociata, ma dall'individuo nella sua globale personalità (culturale quindi, non solo fisico-sessuale) nelle sue strette relazioni verso altri individui. Da qui possiamo dire chiaramente che l'orientamento psicologico adleriano assume il nome di Psicologia Individuale Comparata.
Quali sono quindi le proprietà e i disturbi di un individuo, così come lo intende Adler? Intanto la sua mente è rivolta al futuro, tesa a strutturare e pensare la sua personalità inserita nel tempo; si parlerà quindi di mete e di stili di vita che l'individuo deve e vorrà adottare sin dall'infanzia e più avanti nella sua età adulta. L'importanza e l'assoluta necessità di costruire un proprio stile di vita viene denominata da Adler volontà di potenza; questo termine, preso in prestito da Nietzsche, significa una pluralità di cose tra cui Autoconservazione e, nella prospettiva psicologica, espressione del proprio sé creativo, ovvero quella parte nostra correlata alle attitudini, alle basi genetiche, alle caratteristiche e proprietà a noi intime che debbono essere portate a galla per strutturare la nostra identità e personalità.
Ogni stile di vita, ovviamente, deve avere un ruolo sociale, culturale e inter-individuale dove esprimersi e per fare questo necessita sempre e comunque di porsi in relazione con i diversi stili di vita proposte dalle altre persone con cui entra in contatto. Se può sembrare suggestiva come visione dobbiamo però ricordarci che ogni relazione umana implica una relazione quantitativa e qualitativa. Non possiamo conoscere una persona se poi non la osserviamo, non la giudichiamo (non moralmente, ma anche solo percettivamente) e la poniamo in relazione con noi.
Cosa succede, si chiedeva Alfred Adler, se in questa comparazione risulta che noi siamo deficitari, manchevoli, asimmetrici e inferiori in qualcosa rispetto all'altro?
Se questo accade da bambino, poiché sin dalla più tenera età noi poniamo serie fondamenta a quello che saremo più avanti nella vita, è fisiologico percepire un certo sentimento di inferiorità. Pensiamo a bambini di estrazione sociale differente o a pargoli con piccoli deficit fisici (il trauma dell'apparecchio, degli occhiali o di corpi non ancora armonici e coordinati).
Bene, come superare questo? Servono due strade che lavorino in sincronia e queste sono da un lato la costellazione familiare e il sentimento sociale e dall'altro il ruolo psicologico interno della finzione.
Quest'ultima, la finzione, è il crearsi uno stile di vita diverso e non reale da quello invece che si vive al fine di ridurre il malessere che si avverte nel distacco tra i diversi stili di vita.
Questa distanza è causata, sia nel bambino che, come vedremo, più avanti nell'adulto, da ciò che viene definito inferiorità dell'organo (vedi titolo) e non è solo riferibile a questioni fisiche-organiche, ma si parla di inferiorità a 360°.
Riguardo invece gli altri termini, la costellazione familiare e il sentimento sociale sono due espressioni presenti nella psicologia adleriana che ci fanno capire come il ruolo della famiglia e della cooperazione all'interno della società giochino un ruolo più che importante per la crescita armonica del bambino. Costituiscono quello che è alla base dell'autostima e dell'incoraggiamento e che serviranno al bambino a ridurre, anzi a compensare, la finzione fin qui inconsciamente utilizzata a scopo auto-terapeutico.
Se però sia la costellazione familiare che il sentimento sociale sono stati poco utili a far compensare in senso armonico quella fisiologica finzione in cui il bambino si è nascosto cosa succede? Succede che dal semplice sentimento di inferiorità si passi al ben più serio complesso di inferiorità, caratteristica propria dell'adulto.
Alla pari del sentimento, anche il complesso di inferiorità ha lo scopo di compensare distanze tra stili di vita e utilizza sempre la finzione come possibile strada operativa. Solo che la finzione si maschera di autoinganno e questo trova il suo istinto di sopravvivenza (in questo caso quasi una reale volontà di potenza) nell'aggressività.
L'aggressività è quindi uno strumento per compensare pienamente i piani di vita (proprio e altrui) che si percepiscono falsati, diversi e staccati l'uno dall'altro. Anzi: l'aggressività riesce anche a far sembrare il nostro stile di vita superiore non solo rispetto agli altri, ma anche superiore a quanto noi riusciamo a sopportare.
L'origine della nevrosi, cioè di un disagio o malattia di carattere psicologico, è proprio qui secondo Adler, nell'autoinganno che porta l'aggressività a manifestarsi per non farci apparire inferiori nel rapporto con gli altri.
Compito dell'analista (secondo il metodo individuale comparato) è quello di sgamare questi autoinganni, proponendo mete (ovvero modelli di stile di vita) più facilmente raggiungibili e facendo notare al paziente come gli altri stili siano totalmente avulsi dalla loro personalità.

Nel box del download potete trovare una scheda riassuntiva delle principali differenze tra il nostro Alfred Adler e Sigmund Freud.

Buono studio!

mercoledì 5 marzo 2008

Le forme dei gradini

C'è chi teorizza e non agisce, chi agisce per poi teorizzare, chi fa tutte e due le cose insieme (come farà dico io) e chi ha lo sguardo tanto lungo da vedere al di là degli anni che gli fanno da cornice esistenziale.


Johann Friedrich Herbart, 1776-1841, è uno di questi. Vissuto nella piena età Romantica, pone le basi per quello che sarà il successivo pensiero positivista e attivista pedagogico.
Tanto per citare alcuni incontri, possiamo annoverare nel 1794 l'incontro con Kant e nel 1799 quello con Pestalozzi. Proprio questi due incontri porranno le basi del suo pensare filosofico e pedagogico. Innanzitutto Herbart riconosce un valore autonomo della Pedagogia alla Filosofia (tié, dico io), poi capisce che lo spontaneismo (come vuole il senso comune, ma anche quello "alla Pestalozzi", per intenderci) non è sufficiente per fare Pedagogia: serve una metodologia netta, chiara e, perché no, valutabile, verificabile.
Le innovazioni di stampo pre-positiviste che Herbart compie - gran parte di queste contenute nella sua opera Pedagogia Generale dedotta dal fine dell'educazione del 1806 e nell'altra opera dal titolo Disegno di Lezioni di Pedagogia del 1835 -, non si riducono solo a quanto detto. La pedagogia in sé è ancora legata alla filosofia e per renderla veramente autonoma serve che diverse discipline vi afferiscano, in maniera strumentale, per un fine comune. Tale fine comune è sicuramente la moralità, e le materie che vi afferiscono sono principalmente la Psicologia, l'estetica e l'etica.
tralasciando la psicologia, che si affronterà a breve, etica ed estetica sono le discipline strumentali che concorrono al fine ultimo morale, poiché strutturano cinque idee, belle e buone, che l'educando (fanciullo o scolaro che sia) deve raggiungere.
Queste cinque idee sono:
  1. Idea della libertà interiore - ovvero il potersi esprimere al pieno secondo le proprie attitudini e doveri;
  2. Idea della Perfezione - cioè il portare se stessi al massimo e più perfetto compimento;
  3. Idea della benevolenza - ovvero l'armonia che sussiste tra le diverse volontà, mie e degli altri;
  4. Idea del Diritto - cioè la regolamentazione del conflitto tra le diverse volontà;
  5. Idea dell'equità - ovvero il giusto equilibrio tra azioni e ricompensa.

In tutto questo la psicologia gioca un ruolo cardine, poiché è il viatico per giungere al fine educativo, poiché esplicita il procedimento conoscitivo definendo il soggetto conoscente. In altre parole fornisce i mezzi per realizzare il fine educativo e per accertarne i limiti entro i quali il fine è accettabile.
Chi è allora questo soggetto conoscente?
Ovviamente un bambino, che a seconda della fascia di età assume proprietà ed esigenze differenti:
  • 0-3 anni - Vi è una prevalenza della sensibilità e della motricità; esplorazione libera di oggetti;
  • 4-8 anni - Il bambino ha bisogno di essere governato (ci torniamo più tardi);
  • Adolescenza - compare l'astrazione e l'immaginazione, vi sono le prime predilezioni e i primi interessi concreti;
  • Giovinezza - Prime delusioni; l'istruzione è legata con la sfera morale.

Avrete capito che, come per altri, anche per Herbart il bambino nasce senza moralità e volontà e quindi va ridimensionato da ciò che lui stesso chiama governo, ovvero da ciò che gestisce l'istruzione, quindi la scuola, e custodisce la famiglia. Questo governo agisce inoltre tramite la minaccia, la sorveglianza e il rapporto dinamico tra autorità e amore (non vi ricorda ciò che dirà poi Freud?).
Facciamo però un passo indietro e ritorniamo alla Psicologia. Essa non aveva solo una funzione identificativa del soggetto conoscente ma viatica per giungere al fine educativo. Qual è quindi la strada migliore per incoraggiare un ragazzo verso la moralità e verso l'istruzione?
Herbart risponderà con l'Interesse e con l'utilizzo di questo interesse non sono in chiave mono-tematica, ovvero legato ad una singola disciplina o indirizzo, ma multilaterale, ovvero includente di diversi fattori e discipline.
La multilateralità dell'interesse richiede quindi un complesso respiro pedagogico che è alla base di quello che Herbart chiamerà la Didattica dei gradi formali. Questa, così come l'idea del respiro pedagogico alla base della multilateralità, è infatti strutturata in quattro gradi, che sono precisamente:
  1. Chiarezza, ovvero la distinzione dei particolari, la presentazione di un argomento e l'esposizione degli obiettivi;
  2. Associazione, quindi la concordanza tra diversi studi, tra le affinità presenti tra diverse materie, e tra i prerequisiti e ciò che verrà spiegato in una materia;
  3. Sistema, ovvero dare un ordine agli apprendimenti, vedere quali nuove informazioni sono state aggiunte e fare un bilancio di ciò che si è appreso;
  4. Metodo, ovvero applicare le conoscenze acquisite, anche a livello lavorativo e pratico.

Capirete bene come entri a pieno titolo, nelle Scienze dell'educazione teorizzate da Herbart, anche la Didattica che, grazie ai quattro gradi formali qui teorizzati, trova la base della odierna didattica (basata sui prerequisiti, sui bilanci delle competenze e così via).

Buono studio!

mercoledì 30 gennaio 2008

Che due palle questo autore!

Capirete, verso la fine del post questo, assolutamente non offensivo, titolo!

La pedagogia, dopo Pestalozzi, ha subito un radicale cambiamento. Pur essendo ancora pensata come ancilla della filosofia, al pari della teologia e della metafisica nonché come certa psicologia, la pedagogia sta iniziando ad acquisire piena autonomia di metodo e teoria. Resta però ancora rilevante il contributo ora di Rousseau ora di Schelling al pensiero dell'autore delle due palle di cui sopra dal nome di Friedrich Fröbel.
Fröbel, nato in Turingia ovvero nella Prussia che ben conosciamo (Kant, Fichte...), attinge molto da due filosofi a lui precedenti:

  • Il primo, Rousseau, perché anche lui, così come lo svizzero, aveva intuito il forte valore formativo della natura;
  • il secondo, Schelling, perché questa natura non era solo qualcosa di materiale, inanimato, ma diviene la sede della razionalità (quella che per Fichte risiedeva nell'Io), di una razionalità dal carattere assoluto che la fa corrispondere alla divinità. Natura e divinità, con Schelling (e Fröbel riprende questa definizione) coincidono.

Ma chi era, il nostro Pedagogista tedesco?


Friedrich Wilhelm August Fröbel (1782 - 1852), orfano di madre, nasce in Prussia (come già ricordato).
Fu l'incontro con un allievo di Pestalozzi a portarlo sulla strada pedagogica tanto che, nel 1816, fonda L'Istituto per l'impulso dei fanciulli e dei giovinetti all'attività con sede a Keilah (Kailau).
Forte di quest'esperienza, nel 1826, scriverà L'educazione dell'uomo, testo in cui sono contenute le sue teorie principali, poi vagliate da nuove conquiste sul piano teorico.
Appare chiaro come il primo concetto da rivoluzionare, ancor prima del senso della natura, sia quello relativo all'età di accesso dei bambini al mondo dell'apprendimento istituzionalizzato; se prima era dogma riferirsi ai 7 anni come data di avvio, Fröbel rivoluziona il tutto dicendo che sin dalla nascita i bambini possono ricevere una determinata istruzione e cura. L'attività di formazione era quindi rivolta non solo ai piccoli, ma anche alle Maestre (poi Maestre Giardiniere (vedi sotto) e alle (future) madri.
Sempre nella stessa sede, Keilhau, nel triennio 1837-1840, con particolare attenzione a quest'ultima data, fonda i Giardini d'infanzia che si chiamavano Vivai di bambini.
Così come Pestalozzi, anche il buon Federico Guglielmo Augusto si è trovato in difficoltà con l'autorità costituita tanto da vedersi accusare di fornire un'attività e un'educazione atea e socialista. Correva l'anno 1848.
Nel 1852 Fröbel moriva.

Nell'affrontare alcune idee tematiche del pensiero del pedagogista tedesco, possiamo basarci su:
  1. Idea di natura
  2. Contributo Psicologico
  3. Contributo educativo

Idea di natura
Tutto è uscito dalla divinità, da Dio e per mezzo di Dio è costruito in unità
Divinità e Natura. Ecco gli elementi essenziali. Nella natura vi è una manifestazione diretta della ragione e un'espressione vitale della divinità.
L'educazione deve quindi sviluppare, esternalizzare, rappresentare l'essenza divina di ogni cosa, attraverso l'esercizio.


Contributo psicologico
Bisogna individuare ora le caratteristiche dei destinatari di una possibile azione pedagogica. Quali bisogni compaiono in quali età e quale quindi la risposta migliore, di volta in volta?
Intanto vi è la prima critica all'adultismo, ovvero a considerare il bambino un piccolo adulto senza concentrare e rimodellare l'azione pedagogica a sua misura.
Pestalozzi ci aveva provato, Fröbel inizierà l'affermazione del principio della centralità del bambino (in cui la Montessori è la massima esponente.
L'esigenza di una periodizzazione ricalca quanto detto finora.
Fröbel quindi divide lo sviluppo del bambino in due fasi, del Lattante e della Fanciullezza. Mentre nella prima, del Lattante, il bambino sente in sé una forza vitale nascente e reagisce con degli stimoli (pianto e sorriso), nella seconda fase il bambino si muove attraverso due cardini dello sviluppo cognitivo-sociale: la parola e il gioco.
La Parola deve partire sempre da un dato concreto e, successivamente, astratto. Essa è dopotutto simbolo, associazione convenzionale di un nome con un oggetto.
Il Gioco è, a detta proprio del nostro,
Il più alto grado dello svolgimento infantile, dello svolgimento umano, poiché è la libera, spontanea espressione dell'interno per la necessità e il bisogno dell'interno stesso. [...] Il prodotto più puro e spirituale dell'uomo, modello e immagine dell'intera vita umana, dell'intima segreta vita spirituale dell'uomo.

Il gioco infatti è la base della vita futura, e non è solo divertimento fine a sé ma, anzi, è per i bambini un vero e proprio lavoro!
Bisogna quindi rispettare il diritto al gioco.


Contributo educativo
Lo stimolo, l'azione esercitat sull'uomo come essere che diviene consapevole di sé, pensante, intelligente, verso la rappresentazione pura e incontaminata della legge interiore, del divino, con coscienza e liberà e indicargli la via e i mezzi di che vi giungono.

L'educazione è quindi una via maestra per far rappresentare l'essenza divina in ogni cosa, della natura e dell'uomo stesso.
Vi è, in questo, l'idea di un maestro inteoriore che coincide con la legge universale (dovere kantiano?) a cui ogni bambino si deve assoggettare.
L'educazione deve dare e prendere, prescrivere e secondare verso i criteri di giusto e ottimo.
Dove però mettere in pratica tutte queste concezioni?
Nei Kindergarden, o giardini dell'infanzia.
I giochi, che ricordo sono l'accoppiata di Divertimento e Lavoro, hanno la finalità di fortificare il corpo, sviluppare e coltivare abitudini e renderlo disciplinato per mezzo dell'azione.
Uno dei compiti di base è quello di curare nella costruzione (non lo fanno i bambini che vi lavorano dentro) un giardino personale all'interno di un ambiente che sia sereno, pieno di illustrazioni con, all'angolo di questo ambiente, dei giocattoli.
Il giardino ha lo scopo di far osservare come la crescita dei frutti e dei fiori dipenda sì dalla natura e dalle sue leggi ma anche dalla nostra iniziativa.
L'azione pedagogica che quindi si può compiere è a due livelli:
  1. Attività educativa
  2. , ovvero l'utilizzo del Disegno, che è l'espressione del proprio mondo interiore e è alla base della seconda attività educativa, ovvero la capacità di contare. Terza azione è il canto come espressione di felicità; segue la creazione di piccoli oggetti, come segno di vicinanza al Creatore e, last but not least, l'esercizio fisico e la ginnastica.
  3. Uso dei doni. Questo è forse l'elemento più importante e per cui viene ricordato Fröbel.
    I dono altro non sono che semplici oggetti che permettono di sviluppare la sua forza immaginativa e la sua fantasia.
    Precisamente, i giochi sono:
    1. La Palla (o anche diverse palle colorate), simbolo sia dell'infinito che, in presenza multipla, della molteplicità
    2. La sfera, il cubo e il cilindro: espressioni di Movimento (Sfera), Riposo (Cubo) e Varietà (tra la quiete e il movimento, come legge dei contrasti)
    3. Un cubo diviso in 8 cubi, o in 8 mattoni o in 27 piccoli cubetti: questo vale come intuizione delle grandezze e come essenza del tutto e della molteplicità.
    4. Scatola da 48 tavolette quadrate, e assicelle per lavori di intreccio
    5. Il filo: questo, insieme al punto precedente, rappresentano la conoscenza delle forme geometriche e sono riservati ai bambini dai 5 ai 7 anni.


Il giardino inoltre è composto da due parti, una comune e una individuale, di circa 1mq); la gestione comune del giardino è immagine della famiglia che lavora e vive insieme, e la crescita delle piante (anche nel proprio orticello) vuole raffigurare l'immagine di sé.

Ecco concluso il nostro tedesco... mica male, eh!

martedì 8 gennaio 2008

L'elvetico sfigato

...e non è il nome di una nave naufragata tragicamente nelle acque ostili del nord.
Qui si ironizza su chi, a dire il vero, ha fatto molto per la nostra tanto amata e venerata e rispettata e studiat...no, ora esagero, materia.

Parlo ovviamente di Johann Heinrich Pestalozzi. Pedagogista svizzero, come avrete intuito dal titolo, fu uno dei primi pensatori ad agire praticamente al fine pedagogico, preferendo il contatto diretto con i bambini a teorizzazioni razionali che certo non mancarono ma non furono del livello pratico e immediato raggiunto.
Esperienze queste, come vedremo più avanti, fallite tutte per mancanza di fondi e per tradimento degli amici più fidati.
Come raramente accade, la vita è già in sé esplicativa della sua attività pedagogica e quindi la riassumiamo in alcuni punti per una maggiore chiarezza espositiva:
  1. 1746 - Nascita di Pestalozzi, a Zurigo. Morte prematura del padre e totale punto di riferimento nella sua educazione da parte della madre e della badante
  2. 1768-1780, Neuhof - (pron. Noiof) Pestalozzi, dopo un primo interesse verso Rousseau, nel 1774 decide di mettere in pratica quanto pensato finora ristrutturando una cascina e aprendola ai poveri e agli orfani. Questo diviene un periodo fecondo perché è alla base del suo metodo chiamato metodo elementare che teorizzerà pochi anni più avanti.
    La mancanza di finanziamenti porta Pestalozzi a chiudere questo suo primo esperimento.
  3. 1780-1798, Rivoluzione francese - Spinto dalla forte azione sociale e politica della rivoluzione, va a capo di una confederazione svizzera, acquisisce la cittadinanza francese e inizia a scrivere al suo grande romanzo pedagogico, il più grande del romanticismo, Leonardo e Gertrude. Il primo libro, del 1781 è così importante che decide di ampliare la storia e compone altri 3 libri, rispettivamente nel 1783, 1785, 1787.
  4. 1798-1799, Stans - Pestalozzi, triste e sfiduciato per il terrore instaurato nella rivoluzione francese, decide di aprire a Stans un orfanotrofio (circa 80 utenze) che però venne dismesso in tempi brevi.
  5. 1799-1084, Burgdorf - Dapprima insegnante in una scuola privata, poi in una statale, Burgdorf segna per Pestalozzi il concretizzare alcune teorie prima del grande conclusivo periodo a Yverdon. Rileva un castello, che divenne una scuola, la sua scuola, con 8 ore di aprtura, con l'insegnamento secondo il metodo elementare e con alcuni elementi all'interno di esso come la scrittura seconda al disegno e l'approccio intuitivo alla base di ogni cosa.
    Osteggiato però dall'aristocrazia, preannunciando così la futura restaurazione a livello politico generale, Pestalozzi fu costretto a chiudere l'esperienza di Burgdorf. Scrive, inoltre, (questo è da sapere), Come Gertrude istruisce i suoi figli, una raccolta di 14 saggio pedagogici.
  6. 1805-1824, Yverdon - Sicuramente il periodo più lungo nelle diverse esperienze pedagogiche, però anche il più amaro, Pestalozzi a Yverdon approfondisce i presupposti teorici del suo metodo abbozzando un testo dal titolo Idee, esperienze e Mezzi per promuovere un'educazione conforme alla natura umana.
    Già dal 1814 iniziano però degli scontri con i collaboratori, sia dal punto di vista teorico che umano che porteranno la situazione ad essere ingestibile e nel 1824 a costringerlo a tornare a Neuhof
  7. 1824-1828, Neuhof - Stanco e deluso dai tanti tradimenti, trova forza ancora per scrivere l'ultima sua opera, testamento pedagogico-spirituale a difesa delle sue tesi, chiamata Il canto del Cigno. Muore nel 1828.

Parafrasando Rousseau e, successivamente, Kant, anche Pestalozzi approfondisce il tema delle percezioni sensibili e dell'esperienza della natura. Il valore molto forte che stava maturando nella filosofia continentale (pensate a Fichte) riguardo il valore della natura, fa però dire a Pestalozzi che all'esperienza non va data solo il senso di contatto diretto, ma l'esperienza stessa forma la personalità, fa capire la forma stessa impressa da Dio all'interno del creato.
Fondamentalmente, sono due i percorsi che porta avanti: l'educazione popolare e l'interesse ai fattori politico sociali, espressi nella rivoluzione francese.
L'educazione popolare, così come gran parte del suo pensiero pedagogico, è ben chiarito all'interno della sua opera Leonardo e Gertrude: ambientato in Germania, nel paese fittizio di Bonnel, alla presenza di un regime feudale si raccontano le vicende di una coppia, Leonardo e Gertrude appunto, che non godono di buona salute economica. Sarà Gertrude a reagire ai soprusi di Hummel, il podestà de feudo e a ridare speranza dapprima ai figli riguardo un'istruzione basata su quelli che sono i dettami del metodo elementare che andremo a vedere a breve. Importantissima è la figura della madre. I successivi libri fanno intendere il percorso che l'educazione dovrà compiere, partendo dalla famiglia fino ad arrivare al sistema nazionale.

Riguardo al metodo elementare, Pestalozzi si rende conto che l'unica educazione possibile si basa sull'intuizione diretta mediata dall'esperienza nella natura. Intuizione, basata ovviamente sui cinque sensi, che però deve compiere un percorso di chiarificazione, attraverso il pensare dei concetti precisi. Significa quindi che bisogna educare i bambini secondo alcuni steps che si possono così riassumere:
  • individuare gli elementi necessari
  • individuare elementi di base nelle conoscenze
  • partire dall'inessenziale per giungere all'essenziale
  • gestire i gradi di importanza delle cose, prendendo esempio dalla natura
  • ordinare oggetti per somiglianza
  • ogni concetto nuovo è da aggiungersi a qualcosa già appreso
  • partire dal semplice e pian piano giungere alla complessità.

Il metodo elementare deve quindi muoversi in tre aree fondamentali e ad ognuna di esse viene associato l'organo corrispondente:
  • Cognitiva, avendo a mente che essa si articola in base al numero, alla forma e al linguaggio. I bambini infatti, approdano alla matematica grazie a semplici questione algebriche, così come identificano e distinguono gli oggetti in base alla loro forma e al loro colore; solo dopo riescono a dare un nome all'oggetto; l'organo associato è la mente.
  • Pratica, ovvero articolando e manipolando gli oggetti, utilizzando quelle abilità nello battere, nel portare o nello gettare, nello spingere piuttosto che nel torcere, nell'agitare e nel farlo giacere; l'organo associato è quello della mano.
  • Morale, perché tutto viene dall'Amore, di Dio e della madre, primissima fonte di amore in famiglia. Così come Aristotele, sarà l'abitudine all'amore a educare moralmente il bambino. L'organo associato sarà quindi il cuore.


Buona serata e buona ripresa nello studio!

venerdì 4 gennaio 2008

Io pensavo...

Cercando di fare spazio tra un pandoro e un mazzo di carte, assolvo al mio piacevole dovere , seppur con un festeggiante ritardo, aggiornando il blog e parlando della pedagogia idealista.
L'autore di riferimento in questo escursus temporale è, rullo di tamburi, -3 -2 -1.... Buon Anno!...ah, no, scusate, cmq Auguri!, dicevo... l'autore è Johann Gottlieb Fichte.
Quasi contemporaneo di Kant, da quest'ultimo attinge molto nella sua preparazione teorica e proprio contro lui porta avanti quello che non è solo un attacco semplice di confutazione di idee ma è un attacco che rivoluziona il quadro mondiale di pensiero e di percezione del reale.
Il reale, appunto, o la natura, l'esistenza e l'essere fino a Kant incluso erano sempre stati pensati e posti come esterni all'uomo. La grande sfida era infatti conoscere questa realtà, trovarne gli strumenti di indagine, le tecniche, anche verbali, per poter argomentare riguardo l'essere e la sua verità e la sua certezza.
Questo aveva fatto anche Kant nelle sue critiche toccando però un tasto, molto delicato sin dalla sua ideazione, legato all'inconoscibilità di ciò che, svincolato dai sensi, ha comunque ragion d'essere. Appare chiaro come questa affermazione, per il suo carattere difficile da comprendere, non poteva far altro che generare conflitti. Kant stesso chiarì con fermezza che proprio il concetto limite della cosa in sé garantiva all'io penso di essere solo ed esclusivamente legislatore della natura e non il di lei creatore. Ruolo questo che però, nel tentativo di superare l'aporia di qualcosa non conoscibile ma esprimibile ed essente, viene arrogato da Fiche all'io.
L'io, nuova entità che la filosofia pensa e ammette nei suoi "manuali", risponde alla difficile concezione di quella cosa in sé inglobandola al suo interno e, facendo così, la connota di alcune caratteristiche, come l'essere infinito e l'essere creatore.
  • L'io è un ente infinito perché non ha limiti (anche quelli legati alla conoscenza);
  • L'io è un ente creatore perché l'unico modo per non avere limiti della conoscenza è nel creare ogni cosa così come l'unico modo per essere infinito è quello di porre i possibili limiti all'interno di sé.
Il limite, superabile, del discorso che stiamo facendo risiede nell'aver considerato, al momento, l'atto puro dell'io fichtiano. Come spieghiamo però la natura? La realtà che ci circonda? Certo non esterna, quindi interna all'io stesso. Ma se è interna, chi è che la crea? Chi altro, direi io, se non l'io poiché è un ente creatore?
Ricapitolando, abbiamo due momenti certi e uno che lo risolviamo subito:
  1. C'è solo l'io
  2. nell'io si pensa la materia
  3. (concludendo) è necessaria una dinamica incessante tra il primo e il secondo punto

Traduciamo quanto detto in un linguaggio propriamente filosofico e otteniamo tre momenti in cui l'io diviene realtà:
  1. TESI: l'io pone se stesso (ovvero l'ente infinito e creatore che dicevamo;
  2. ANTITESI: l'io genera in se stesso il non-io (ovvero genera il suo contrario, il contrario dell'essere creatore e infinito, quindi una cosa creata e finita che non può però sussistere esterna all'io stesso);
  3. SINTESI: L'io dipende dal non-io e il non-io dipende dall'io (questa è una dinamica necessaria per far sì che l'io non sia solo atto puro razionale ma che, da questo e nel confronto con la materia, diventi tutto realtà, natura).


Fin qui vi è la parte filosofica. In pedagogia?
Basta prendere i precedenti tre momenti, associare a questi tre componenti morali che sono, per la tesi l'il dovere assoluto nella libertà (ricorda molto Kant), per l'antitesi la materia, l'istinto, la società (ciò che rappresenta il contrario del dovere assoluto, dove tutto è invece condizionato da altre componenti esterne) e, per la dinamica tra io e non-io, l'autonomia morale segno però non solo di una semplice dinamica da di uno sforzo continuo che l'io deve compiere nei confronti del non-io per cercare di prevalere sempre e comunque.

lunedì 24 dicembre 2007

Buon Natale!

Tanti auguri, ragazzi e ragazze!

martedì 18 dicembre 2007

Sogno o son desto?

Che ne dite, concludiamo i post relativi al nostro carissimo Sigmund Freud?
Da parte mia sì...e da parte vostra?

(...aspetto in silenzio la vostra risposta...)
(...anzi, approfitto del tempo che ci state mettendo per rispondere per proporvi due brani relativi al sogno.
Il primo parla di un vero e proprio racconto onirico, dal carattere strano ed epico, contestualizzato nella seconda guerra mondiale, nella tragedia dei lager: la canzone è di Francesco De Gregori e si chiama Cercando un altro Egitto.









Il secondo brano è più un sogno ad occhi aperti, con forte valore pedagogico. La canzone, molto bella e intensa è di Roberto Vecchioni e si intitola Sogna, ragazzo, sogna. Poiché ho problemi con l'mp3 in questione, eccovi un video con musica e testo!


)

Bene, ora che tutti mi avete risposto, parliamo di un aspetto importantissimo del metodo psicoanalitico freudiano, metodo che sì trattiamo alla fine ma che è bene collocare all'inizio del suo lavoro clinico, ovvero nel biennio 1899 - 1900.
1899 perché è la data reale della scrittura di un testo considerato IL testo dell'opus freudiano, ovvero L'interpretazione dei Sogni;
1900 perché è la data in cui viene classificata l'uscita di questo saggio, per significarne il valore realmente epocale delle sue sue intuizioni.

Quali queste intuizioni, dunque?
Se ricordate, ne parlammo nel primo post, il sogno è uno di quegli elementi attraverso cui l'inconscio si esprime; il sogno, infatti, altro non è che la manifestazione dei nostri desideri inconsci, ovvero di tutto ciò che noi desideriamo (legato al grande spettro delle due pulsioni di base, eros e tanathos) positivo e negativo che sia.
Appare chiaro come quanto noi desideriamo non possa sempre esprimersi: alcune cose potrebbero essere di natura anti-sociale, altre di natura immorale o assolutamente inaccettabili dal nostro inconscio.
Però noi, mi confermerete, ricordiamo i sogni. Quindi, cosa ricordiamo di quanto sogniamo?
I sogni, ricapitolando, sono di due aspetti:
  • Nascosti o occulti - ovvero i veri sogni, quelli che forse non hanno neppure caratteristiche dimensionali a noi chiare ma che di chiaro hanno la forza pulsionale che definisce appieno il desiderio espresso;
  • Manifesti - cioè il sogno che ricordiamo e che effettivamente narriamo ai nostri amici, parenti e, nel caso clinico, all'analista.

Cosa genera questa differenza? E come noi possiamo ricordare quanto di vero sognato, visto che è così inconciliabile col nostro vivere quotidiano?
Da una parte, ovvero ciò che rende manifesto il sogno occulto, abbiamo la funzione censoria dell'Io che, poiché protagonista della nostra vita psichica, toglie quanto di più negativo e invivibile abbiamo nella nostra esperienza onirica e, filtrato, lo invia alla consapevolezza vigile. Dall'altra parte però, il sogno, nel suo essere raccontato, segue cinque criteri di narrazione che rendono la narrazione onirica così come tutti noi sappiamo essere. Questi criteri sono:
  1. la Condensazione
  2. lo Spostamento
  3. la Simbolizzazione
  4. la Drammatizzazione
  5. la Rappresentazione per Opposto.

La Condensazione riguarda quell'aspetto del sogno narrato tale che diversi elementi o situazioni tutte afferenti a qualche sentimento o emozione particolare vengano espresse mediante l'utilizzo di una sola figura che conserva la medesima carica emotiva. Tale processo può essere anche inverso, da un elemento a più aspetti di questo.
Lo Spostamento è quel particolare aspetto onirico che trasla l'attenzione che noi riferiamo a singoli aspetti del racconto verso altri aspetti all'interno del sogno stesso.
La Simbolizzazione è l'utilizzo dei simboli, ovvero dei segni fisici a cui noi, per convenzione e accettazione, diamo significati particolari. Ricordate il sogno letto in classe della donna all'opera?
La Drammatizzazione è quella tecnica narrativa che il sogno stesso usa per accrescere la tensione emotiva relativa agli eventi raccontati; un caso è il volume della pipì nel sogno della badante che accresce angosciosamente e che finisce per svegliare la sognante, ovvero la badante stessa.
La Rappresentazione per opposto è invece il raccontare all'opposto il sogno sognato. Il sogno raccontato della vicinanza di una persona può invece essere il sogno sognato della sua privazione e mancanza.

Detto questo, vi affido e mi affido a Morfeo e vi saluto!

mercoledì 12 dicembre 2007

Una topica tira l'altra

Non c'è due senza tre, dicono gli idraulici a Parigi... ma noi che, molto più modestamente, studiamo Psicologia e Pedagogia in quel del Nobel possiamo tranquillamente recitare che "non c'è uno senza due"!
Si parla ovviamente delle topiche di Sigmund Freud. Quelle tripartizioni a carattere dimensionale che abbiamo già potuto osservare nel post precedente quando parlammo di Prima Topica.


Cosa cambiò nella testolina del nostro Freud per rinnovare l'impianto della Topica? Scoccò l'anno 1922 (era il 1922 Serenella, come giustamente indicavano anche i vari libri a riguardo... errore mio di cui mi scuso) e Freud diede alle stampe L'Es e l'Io, saggio complesso ma breve che ribaltava un po' di cosette che già erano state devastanti per la cultura di mezza Europa.
Veniva infatti rivalutata la netta divisione tra le istanze psicologiche fondanti la prima topica dando un nuovo valore all'inconscio che, non essendo più connotato in ottica descrittiva viene anche menzionato come istanza latente lo stato conscio e, poiché sempre presente, influenzante qualsiasi nostra attività sociale; noi siamo molto più inconsciamente consci (o consciamente inconsci?) di quanto sembra.
Questo rinnovato inconscio, pieno come il precedente delle pulsioni di base (eros e tanathos), del materiale rimosso e del passato stratificato, si carica anche di quel senso di istintività che ci accomuna con gran parte del mondo animale, sarà chiamato ES.
Il vecchio conscio, che certo non lo si metterà in pensione, viene ribattezzato IO e a lui si attribuirà il grandissimo compito di essere il protagonista (consapevole o no) della vita psichica di ogni essere umano; a lui spetta il compito di vivere così come di azionare i meccanismi di difesa.
ES e IO sono così in piena comunicazione ma vengono vincolati (per nostra fortuna) da una terza istanza, a carattere normativo, etico-morale, valoriale denominata SUPER-IO; esso altro non è che l'interiorizzazione nella nostra coscienza di tutti quegli elementi eteronomi che guidano le nostre azioni, dalle leggi ai comandamenti, al valore del rispetto, alla buona educazione e così via.
ES, IO e SUPER-IO formano così la Seconda Topica, ovvero una seconda tripartizione psichica che però può toccare anche la personalità dell'uomo come essere vivente nella società.

Di indubbio valore teorico è anche la teoria, legata alla genesi delle istanza formanti la seconda topica, dello sviluppo psico-sessuale del bambino che, con Freud, perde ogni connotato angelico divenendo un essere polimorfo e perverso.
Polimorfo perché assume diverse forme, ovvero diverse modalità di esternalizzare la sua crescita sepsso legate a fattori corporei; Perverso perché nel crescere, utilizzerà sempre quella parte che darà lui estremo piacere, un piacere però ancestrale ben diverso da quello che esperiamo noi adulti.
Cinque fasi, zone erogene a gogò, compiti di sviluppo importantissimi: ecco gli ingredienti per una sana e corretta crescita psico-sessuale di qualsiasi persona. Andiamo però nel dettaglio:
  1. Fase Orale (0-1 anno) - La zona erogena è la bocca (labbra e lingua) e il compito di sviluppo è lo svezzamento. Capite bene come il bambino, per crescere entra da subito in contatto con il seno materno e successivamente porta alla bocca qualsiasi oggetto per conoscerlo;
  2. Fase Anale (2-3 anni) - La zona erogena è l'ano (con le sue mucose) e il compito di sviluppo è rappresentato nel controllo degli sfinteri. Il saper gestire il bisogno legato alla produzione di feci è immagine diretta di una crescita anche in ottica sociale e di responsabilità del bambino;
  3. Fase Fallica (4-5 anni) - La zona erogena è quella genitale e il compito di sviluppo è la risoluzione del Complesso di Edipo (vedi il libro di testo a riguardo). Avviene in questa fase la piena accettazione dei ruoli familiari come legati prevalentemente all'affetto (genitore del sesso opposto) o legati all'autorità/rispetto (genitore dello stesso sesso). Qui si concretizza il principio di realtà già introdotto nel primo anno di vita e si struttura una coscienza morale significativa;
  4. Periodo di Latenza (6-11 anni) - In questa fase non vi è una zona erogena specifica e anzi, vi è una forte riduzione delle pulsioni erotiche. Il bambino ha infatti bisogno di tempo per ristrutturare le fasi precedenti e attivare, come compito di sviluppo, i meccanismi di difesa;
  5. Fase Genitale (12-18 anni) - la zona erogenza è quella dei genitali e il compito di sviluppo è il raggiungimento di una sessualità matura. Non basta solo avere una prima tipizzazione sessuale che già compare nella fase fallica, bensì serve scoprire il proprio genere (questione sociale) oltre che il proprio sesso (questione biologica), il proprio oggetto di desiderio sessuale nonché stabilire dei legami stabili e significativi con la persona che viene scelta.

Manca poco per la conclusione di Freud, un post solo, legato ai sogni... e proprio sognando, vi saluto!

martedì 20 novembre 2007

Anna dai capelli O.

Cosa lega una donna (e smettetela immediatamente con i doppi sensi!) a più uomini, medici e uomini di scienza, in un filo diretto con la concreta scoperta della sua parte più intima (ho detto basta...) e più afferente alla sfera sessuale (...stavolta avete passato il limite!)?


Se dietro ogni uomo c'è sempre una donna, dietro Anna O., Bertha Pappenheim, ce ne sono tre, come ricordavamo. Il primo, pur senza averla conosciuta, ha dato ai successivi due luminari il metodo di studiare quel tipo di malattia, conosciuta col nome di Isteria, senza ricorrere più a eziologie e pratiche curative di stampo organico: stiamo parlando dell'esimio dottor Jean-Martin Charcot, direttore e neurologo dell'ospizio della Salpêtrière a Parigi; quest'ultimo contribuì attivamente, attraverso il suo famoso metodo ipnotico, a spalancare, nella persona in analisi, parte dell'universo nascosto allo stato vigile e invalicabile per causa di resistenze coscienti. Tramite l'ipnosi, Charcot fu così il ponte di comunicazione tra Freud, da lui tirocinante, e Breuer, successivamente tutor del nostro Sigmund.
La medesima donna di cui sopra, infatti, fu curata attraverso il metodo ipnotico da Joseph Breuer il quale, nel corso di una seduta, si trovò di fronte una sorta di autoguarigione da un disagio funzionale associato all'isteria, ovvero dall'idrofobia che manifestava la paziente a seguito, come lei stessa ammetterà in ipnosi, di una visione spiacevole (un cagnolino di una antipatica dama di compagnia che beveva in un bicchiere sopra il tavolo, che orrore!). Questa reminiscenza fa capire a Breuer come un disagio organico-funzionale possa essere causato da qualcosa avvenuto nel passato e, una volta reso presente e presentato, come una purificazione, all'altare dell'analista, risolto al meglio. Viene inaugurato così il metodo catartico, poiché si voleva purificare la persona da quanto vi potesse essere di scomodo nel passato del suo vissuto.
Fin qui Freud stava a guardare (ho detto stop ai doppi sensi...). Decise di intervenire perché coinvolto dallo stesso Breuer che si trovava in difficoltà (...) a causa dell'eccessivo ardire della carissima Anna O. che, per dirla alla romana, ci provava a manetta.
Sigmund Freud, che vide i natali a Freiberg, in Moravia, nel 1856, aveva iniziato a capire qualcosa. Intanto non bastava solo purificare il passato, ma entrarne pienamente a contatto e non per pulirlo, ma per risolverlo; poi si interrogò sul dove potevano essere posti questi ricordi o fatti traumatici. Infine, questo strano attaccamenento della paziente verso l'analista, non era solo normale, ma anche essenziale per la cura della malattia psichica.
Stiamo parlando della genesi del concetto di Transfert, ovvero del trasferimento delle ambivalenze contenute nella psiche del pazienza (della paziente in questo caso) verso l'analista, che diventa così rappresentante psichico esterno nel grande teatro del conflitto psicologico tra paziente e paziente.

Freud allora ribalta il metodo catartico-ipnotico in virtù di un altro metodo chiamato metodo psicoanalitico che si basa essenzialmente sul rifiuto dell'ipnosi come metodo per render quiete le difese, in virtù del colloquio, semplice, diretto, continuo e comodo perché esperito sopra un lettino.
Resta la questione degli eventi presenti nel passato. Cosa sono? Dove sono? Soprattutto, come diavolo ci sono finiti questi eventi in questo dove ancora da definire?
Sì signori e signore, stiamo parlando del famoso approccio topico di Freud (e smettetela, che siete grandi!).
Gli eventi che noi, nella fase dello sviluppo, reputiamo scomodi, pericolosi, dannosi, ambivalenti (perché potrebbero essere anche positivi questi eventi, figure, sensazioni) vengono spostati, grazie a dei meccanismi di difesa, in quel grande recipiente altrimenti chiamato inconscio.
Certo sono in buona compagnia perché, assieme ad essi, vi si trovano anche quelle pulsioni di base, utili più avanti, dell'eros e del tanathos nonché un passato che si potrebbe definire stratificato.
Che rapporto ha però l'inconscio con il nostro essere uomini coscienti che vivono?
Da quanto vediamo nelle malattie direi problematico; eppure, nella prima topica freudiana, inconscio e conscio sembrano essere molto separati l'uno dall'altro e comunicano solo in maniera asimmetrica: il conscio può rimuovere nell'inconscio quegli elementi problematici di cui parlavamo; l'inconscio lascia affacciare, tramite percezioni e sensazioni, solo alcuni piccoli elementi dal suo interno. Sarà il preconscio a mettere a disposizioni questi elementi per l'azione critica e attiva del conscio.
Per capire cosa è questo sistema di Percezione-Sensazione, pensiamo ad esempio a ciò che di evidente può generare una turba psichica non pienamente rimossa o che il rimosso torna allo stato latente, nel preconscio; oppure ai famosissimi lapsus (sostituzioni od omissioni verbali-comportamentali); particolare attenzione meritano le associazioni libere, ovvero i collegamenti tra evento passato e momento presente o le costanti linguistiche nel racconto clinico, e i sogni a cui Freud dedicherà un testo fondamentale perché all'Interpretazione dei Sogni del 1899 corrisponderà la nascita ufficiale della psicoanalisi.

Ricapitolo per gli onori di cronaca una cosa che dovete sapere a memoria:
La prima topica teorizzata da Freud è una tripartizione della psiche umana strutturata in conscio, inconscio e preconscio.

A presto per la seconda topica e altre belle cosettine ;)

martedì 30 ottobre 2007

CIAK... Azione!

Concludiamo i post sul nostro ormai amato (?!) Immanuel Kant con la sua opera del 1788, altrimenti detta Critica della Ragion Pratica.
Cosa c'entra il titolo con il testo in questione e soprattutto con l'argomento di cui, con terrore e preoccupazione, vi apprestate a leggere?


Dopo la consueta immagine, posso rispondervi ;)

Nella scorsa lezione abbiamo definito la CRPr una ragione per l'azione. Non cinematografica ovvio, ma quello è il gusto della metafora.
Compare nuovamente il termine ragione; questo vuol significare che ogni partenza deve avere il mondo noumenico come cominciamento perché, ricordiamoci la CRP, dobbiamo sempre cercare di individuare qualcosa che è Universale e Necessario.
Però Kant non si ferma al mondo noumenico, o compie un criticismo solo ed esclusivamente che vada a problematizzare sulla modalità della nostra conoscenza morale; non dobbiamo fare una Critica della Ragion Pura Pratica!
Serve, quindi, qualcosa che sia realmente pratico ovvero, per dirla con il filosofo di Königsberg, non serve tanto una metafisica morale, quanto una morale legata a un uomo pensante, pur se finito.
Cosa fa però l'uomo pensante? La bella statuina? No, ovviamente... L'uomo pensante agisce, si muove e si comporta in una certa maniera. L'azione filosofica è allora quella di investigare non tanto il cosa dell'azione (l'atto pratico in sé) bensì il perché un soggetto agisce, ovvero le intenzioni legate alla singola volontà.
La CRPr è quindi una ragione per l'azione di un soggetto che è finito, ovvero che presenta dei limiti, dei confini: pensiamo alla mortalità, così come agli istinti che tanto bravi non ci fanno essere, ma anche al mondo che ci circonda con il quale si relazioniamo.
Che fare allora? Facciamo gli eremiti o gli orsi, lontani da tutto e da tutti, visto che siamo e resteremo finiti e quindi mai e poi mai potremo essere perfetti moralmente?
....No!
La moralità, infatti, è strettamente collegata (quasi dire la stessa cosa) con l'incondizionatezza, ovvero con la possibilità di essere svincolati dai legami che ci mettono nei guai o in maniera assoluta oppure, rimboccandoci le maniche, spetta a noi il compito di de-condizionarci. Allora capiamo di non essere semplici animali (con tutto il rispetto) ma in più di loro abbiamo la libertà, che per Kant rappresenta addirittura il Primo Postulato della Vita Etica perché consente all'uomo di autodeterminarsi, occupando un posto eticamente prioritario nella società. Ovviamente è necessario che tutti dobbiamo essere liberi e questo non può che essere così. La moralità deve avere quindi un carattere universale e necessario.
Ora, come se fosse un gioco, provate a ricostruire il periodo che vi ho scritto sopra partendo dalla fine, ovvero dall'universale e necessario, mantenendo lo stesso originale significato e date la risposta scrivendola nei commenti. Vale come giudizio scritto!

Tirando le somme, la moralità ci dice come bisogna comportarci e la volontà ci suggerisce come vorremmo comportaci. Chi vince?
Vince il rapporto tra Ragione (mondo noumenico) e Sensibilità (mondo fenomenico), ovvero vince il dovere, che deve (guarda caso) assumere sempre più uguaglianza con la volontà, con il fine della moralità.
Il cocktail Volontà&Dovere genera due diramazioni che hanno una valore soggettivo, l'altra oggettivo. La soggettività si chiama Massima ed è un po' il motto della nostra giornata quando ci alziamo. Può valere solo per noi, non certo per tutti.
L'oggettività del suddetto cocktail la troviamo nei cosiddetti imperativi (etimologicamente: comando) che ci istruiscono riguardo un comportamento da tenere o con una premessa ipotetica iniziale che conduce al fine stabilito o in maniera assoluta.
Gli imperativi così possono essere: ipotetici (espressi dalla formula Se... allora devi: Se voglio prendere un bel voto allora devo studiare) oppure Categorici (espressi dalla formula Devi: Devi timbrare il biglietto sull'autobus).
Non basta però: un terzo esempio di imperativi è rappresentato dalle Massime (queste però a carattere oggettivo), ovvero delle formulazioni (frasi) che conducono pian piano il soggetto al sempre presente fine della CRPr, ovvero l'autonomia morale.
Sono tre, una dalla suddetta critica e le altre due estrapolate dalla FMC e recitano questo:
  1. Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale

  2. Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo

  3. La volontà, in base alla massima, possa considerare contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice

Mica male, no?
La prima ci indica come ogni nostra azione deve partire sì da una massima della nostra volontà (un nostro pensiero) ma che questo, per avere valore oggettivo, dovrebbe essere posto come legge universale, come ordinamento valido per tutti. Fate un po' voi cosa potrebbe accadere se uno pensa di fare il male... quindi, al massimo il male si può pensare, per Kant, non certo farlo!
La seconda rivoluzione il vedere la figura dell'umanità (e quindi di se stessi) che passa dall'essere solo un mezzo attraverso cui raggiungere dei fini, spesso sporchi, a fine stesso, ovvero al bene comune, al bene dell'umanità.
La terza, sintesi dell'autonomia morale, ci indica come ci deve essere una forte identità tra la mia massima e ciò che in me diviene legge universale: non c'è più divisione o necessità di ricorrere a entità esterne. Ho tutto dentro di me, libertà, dovere e legge universale: ho l'autonomia morale.
Io stesso divento legislatore della morale.

Kant così ha compiuto un'ulteriore rivoluzione: dopo quella della conoscenza, con l'Io Penso ha rivoluzionato anche la morale ponendo nell'uomo la capacità di autolegiferarsi in maniera universale e necessaria.

Se tutto questo vi può sembrare un'utopia (e forse lo è, ma voi non dite in giro che l'ho detto) ricordate sempre il valore della pedagogia, ovvero un'arte perché consente all'uomo di migliorare sempre, sempre, sempre......

Disciplina ragazzo, disciplina!

Chi ha avuto la fortuna (?) di assistere alla piccola terapia di gruppo che la classe, molto gentilmente, ha rivolto con l'ascolto ad un povero e senza voce professore (io, appunto) ha ben capito quanto possa amare Kant quando parla della disciplina come conditio sine qua non per un cultura e una coscienza morale che pian piano si acquisisce nella formazione di una persona.


Facciamo un passo indietro però. Perché parlare di disciplina? Cosa si intende per coscienza morale? Chi parla di questo?
Il soggettone in questione è , ovviamente, Kant; sì, lo stesso Kant che ha martorizzato la nostra capacità cognitiva e che, con questi ultimi due post (il secondo sarà sulla Critica della Ragion Pratica), concluderà la sua spirituale presenza nelle mie spiegazioni, lasciando posto ad altri pedagogisti.
Siamo nel 1803: alcuni suoi studenti decidono di raccogliere gli appunti delle sue spiegazioni creandone così un libello che verrà sottoposto al giudizio di Kant. Questi ne apporta piccole modifiche e viene così pubblicato. Esce quindi Ubër Pädagogik, da noi tradotto come La Pedagogia.
Non ci sono grandissime innovazioni, è bene dirlo subito. Però in questo libello Kant compie una conferma e un riassunto di quanto espresso nella sua precedente grande opera che è la Cirtica della Ragion Pratica.
L'obiettivo è lo stesso, infatti: l'autonomia morale.
Come raggiungerla però? Come far sì che il bambino, una volta cresciuto e formato, sappia trovare in sé le leggi che regolamentino il suo corretto agire? Come far sì che la persona educata sia legislatrice della sua stessa morale?
A mò di raggiera, ecco allora collegarsi alla pedagogia alcune diramazioni, che qui elenco per comodità di esposizione:

  • La pedagogia è o fisica o pratica, ovvero o contempla il semplice comportamento legato all'uscita dall'istinto, con le cure del caso che si debbono a lui rivolgere (è il caso della pedagogia fisica) oppure deve interessarsi della personalità dell'educando, dei suoi atteggiamenti e delle sue disposizioni (è il caso di quella pratica);

  • La pedagogia si esplicita tramite un processo educativo che va a cercare tre aspetti della cultura: la prima, legata alla sfera scolastica ovvero il rapporto tra insegnante e discente in un clima di insegnamento, spesso catechetico, la seconda alla sfera pragmatica e quindi afferire al campo della prudenza, i comportamenti iniziali che un precettore o un genitore può dare e, last but not last, alla sfera della moralità con il fine di formare una coscienza morale.

  • La pedagogia muove i primi passi nell'Eteronomia, affidando la propria capacità disciplinare o a un precettore o a leggi e regole esterne, per poi necessariamente divenire Autonoma;

  • Componenti della filosofia dell'educazione alla base della pedagogia sono dunque:
    1. La Disciplina - ovvero la base di ogni cosa, quella che ci preserva dalla selvatichezza in favore dell'umanità, quella senza la quale noi mai e poi mai potremmo essere in seguito acculturati ed educati. Un monolite imprenscindibile!

    2. La Cultura - Ovvero l'istruzione e la formazione attraverso cui un bambino è dapprima infante, educando e scolaro; È il grado dove si può esperire un tipo di istruzione catechetica, ovvero dove si danno le nozioni di base per crescere al fine dell'autonomia personale. Appare chiaro, e se non lo è ve lo dico io, che non c'è il livello della cultura senza che sia completato prima quello della disciplina!

    3. L'Educazione permette al ragazzo (forse già uomo) disciplinato e formato di poter entrare nella società, dandogli quindi tutte le base necessarie per entrare in un mondo del lavoro e relazionarsi, nel totale essere disciplinati (nella CRPr vedremo come questo diviene un imperativo), con gli altri.

    4. La Moralità, ovvero il raggiungimento, tramite un approccio socratico (basato sul dialogo) possibile poiché la persona diviene più grande, della propria autonoma coscienza morale dove trovare tutte le leggi interne che gli consentono di auto-regolamentarsi in qualsiasi situazione si trovi e che gli permettano di fare una politica finalizzata al sommo bene ovvero al bene comune.


Vedete quindi come appare affascinante e seriamente concreto questo tipo di percorso.
Vedremo nel successivo posto come la moralità si intrecci necessariamente al dovere (richiamo alla disciplina della Pedagogia) e all'espressione della massima della propria volontà, ovvero (semplificando) all'espressione della propria volontà.

Concludo dicendo che alla vostra destra, nel box del Materiale Utile, potete trovare la mappa concettuale sulla Pedagogia di Kant!

Ciao ciao ;)

lunedì 15 ottobre 2007

Kant a giudizio!

"L'imputato Immanuel Kant si alzi e si difenda in giudizio, facendoci conoscere le sue tesi"!
Possibile questo, perché attraverso i suoi giudizi, estremamente accattivanti e complessi nei loro modi di essere concepiti, ci farebbero capire non solo una cosa pratica e immediata, bensì ci farebbero comprendere quali sono i meccanismi che regolano il modo di pensare comune a tutti gli individui del mondo, piccoli e grandi che siano. E che ci consentano di dire: "sì, questa cosa è così per me e per te, anche se poi io e te facciamo due esperienze apparentemente e materialmente diverse".

Come al solito, però, andiamo per ordine e torniamo indietro all'inizio della nostra lezione.
La divisione tra i giudizi sintetici a posteriori, molto in voga tra gli empiristi, e i giudizi analitici a priori, che riscuotevano ampi consensi tra i razionalisti, trova la sua risoluzione e mediazione tramite il Criticismo e Kant stesso che propone, in ottica di capire se sia possibile la conoscenza di qualcosa (sintetizzando l'esperienza e compiendo così un giudizio, ovvero unendo un soggetto ad un predicato così da darci sempre informazioni maggiori e in più) in maniera universale e necessaria (a priori di ogni singola esperienza, ovvero valida per tutti perché avviene prima, altrove) i famosissimi giudizi sintetici a priori.
Ma cosa è sintetico o a priori per noi?
La conoscenza, ci dice Kant all'interno della sua CRP si divide in quella sensibile e in quella intellegibile; ora, la prima, il fenomeno, è ciò che è a sua volta scissa in materia e forma; la materia è ciò che appare ai nostri sensi nell'esperienza diretta mentre la forma è la legge che regolamenta l'esperienza ovvero la capacità di modellare i molteplici dati dell'esperienza in qualcosa di universale e conoscibile. Chiaro è che questo aspetto universale richiama, internamente, l'intellegibilità della conoscenza, ovvero l'aspetto noumenico, ovvero la cosa in sp che però, poiché svincolata dall'esperienza sensista, resta a noi un concetto-limite, qualcosa, cioè, di inconoscibile.
Se dunque nell'apparenza noi troviamo la risposta alla domanda su cosa fosse l'aspetto sintetico del giudizio, dove dunque ricaviamo la risposta sull'a priori?
Chiaramente nella forma che, poiché deve modellare qualsiasi singola esperienza, deve avere criteri modellanti universali, ovvero condivisi per tutti, e necessari, cioè che non posso che avere determinate funzioni.
Quali sono, infine, queste forme? Quali questi criteri che modellano, in noi, la confusa esperienza esterna?
Sì, avete capito: Spazio e Tempo.
Pensateci bene. Ogni volta che noi acquisiamo un dato nuovo, vediamo orizzonti nuovi, oppure ogni volta che un bambino conosce per la prima volta una persona, forse non filtriamo l'esperienza esterna dapprima dando una dimensione esterna, un dire: "Guarda quant'è grande, piccolo, immenso" oppure interna, pensando come questo dato nuovo possa inserirsi prima o dopo un altro evento, un'altra impressione che abbiamo nella nostra memoria così che poi possiamo facilmente richiamarle in gioco?
Spazio e Tempo sono i famosi occhiali dalle lenti colorate con cui possiamo vedere, diversamente, il mondo.
Noi possiamo vedere diversamente il mondo perché le leggi che regolamento le esperienze sono in noi.
Ecco la grande rivoluzione copernicana Kantiana. Non è più la natura ad avere regole a cui noi possiamo al massimo accostarci, ma siamo noi a dare il senso dimensionale al mondo. Noi tutti siamo, perciò, IO PENSO, perché col nostro pensiero permettiamo la conoscenza del mondo.
Ma allora Kant era un razionalista, per cui tutto avviene nella nostra mente e la natura, l'oggetto della nostra conoscenza, è una cosa superflua che avviene solo dopo che noi abbiamo predisposto il filtraggio?
Ebbene no.
Spazio e Tempo sono categorie trascendentali, ovvero compaiono, in funzione di filtro, solo nei limiti dell'esperienza, ovvero solo quando vi è esatta corrispondenza e biunivocità tra soggetto e oggetto.
Se vi fosse solo il soggetto che pensa, non ci sarebbe una realtà definita;
se vi fosse solo la realtà, rimarrebbe vaga e non-pensata, quindi forse neppure esisterebbe;
la conoscenza vi è solo quando soggetto e oggetto si incontrano.
Allora vengono messi in gioco quelle forme, leggi, schematismi o filtri a priori che sono Spazio e Tempo più, ora possiamo dirlo, le 12 categorie che, come cassettiere mentali (lo dice proprio Kant), ordinano l'esperienza filtrata.

Sicuramente complesso ma anche affascinante, la parte relativa al pensiero teorico di Immanuel Kant si chiude qui. Spero di riuscire, come al solito, a condensare quanto detto in una mappa concettuale ma non vi prometto nulla soprattutto per mancanza di tempo.
A presto per la Pedagogia e la Critica della Ragion Pratica. Non vi spaventate, il brutto è passato!

Ciao ciao

lunedì 8 ottobre 2007

Kant, il criticone!

Secondo post del giorno: Introduzione al pensiero di Kant. Siete pronti? Bene!

Tutto ebbe inizio nella preistoria del pensiero filosofico quando, alcuni soggetti ben identificati, si iniziarono a domandare il perché delle cose, il perché della loro esistenza e se tutto esiste o si può dire che qualcosa non esiste. Questo, si chiamerà in seguito, è il pensiero ontologico, poiché strettamente connesso all'essere, alla sostanza delle cose oltre il semplice dato sensista (basato sui sensi, sulle percezioni).
Il problema ontologico divenne, senza mai abbandonare il primo aspetto, anche un problema gnoseologico perché legato alla conoscenza. Come si può conoscere il reale, la natura? Da cosa dipende questa conoscenza? Da noi? Dalla natura? Quali sono le caratteristiche (di mio possesso o che trovo negli oggetti) che mi consentono di conoscere il reale?
Problemi non semplici, come potete aver capito!
Nel corso dei secoli sono date a questi due problemi in generale molteplici interpretazioni. Dall'archetipo acqua (Talete) a Dio come primo motore immobile (Aristotele e San Tommaso), dalla ricerca del bene in noi (Socrate) alla verità immutabile delle idee (Platone) e così via.
Giungendo però a tempi più vicini al nostro filosofo, Immanuel Kant (1724-1804), una periodizzazione ormai approssimativa, ma utile al nostro scopo, divide in due momenti la storia del XVII-XVIII secolo: il confronto tra Razionalisti ed Empiristi.
Tra gli esponenti dei primi troviamo Leibniz, Spinoza e, soprattutto, Renè Descartes, ovvero Cartesio; tra i secondi spiccano Locke, Berkley e David Hume.
  • I razionalisti davano un forte valore alla ragione, capace di poter assumere ogni conoscenza senza la benché minima mediazione dell'esperienza basata sui sensi. Questo, estremizzando, portò al Dogmatismo, ovvero a credere alle strutture interne mentali e alla loro spendibilità scientifica (come la matematica o la metafisica) senza verificarne la veridicità di tale assunto, come di fatto prevede ogni statuto scientifico, col confronto dell'esperienza. L'esperienza era desunta, dedotta, da leggi generali universali.

  • Gli empiristi vedono nell'esperienza sensista l'unica vera condizione di conoscenza e per induzione ricavano le leggi generali che governano il mondo. Però si accorgono che una di queste leggi generali, il principio di causa/effetto non è appartenente all'uomo come struttura interna bensì agli oggetti, al mondo esterno. Questa prospettiva (forse a noi un po' strana, ma in realtà corrispondente a quanto era comunemente pensato allora) rivela che tutto quello che conosciamo, lo conosciamo perché ciò accade da molto tempo: ne siamo, quindi, abituati. L'abitudine però non è cosa certa perché può essere imprevedibile: non sempre può sorgere il sole o una palla da biliardo, se lanciata verso un'altra, provochi comunque il movimento di quest'ultima. Lo scetticismo è la caratteristica (contemplata da Hume) dell'empirismo.
Kant in tutto questo dov'è? Il filosofo di Königsberg è presente nella mediazione che compie tra i razionalisti e gli empiristi prendendo, ora dall'uno ora dall'altro gli aspetti positivi della loro filosofia.
L'esperienza è ineliminabile per conoscere (punto di vista empirico) ma è necessario capire come possa essere possibile la conoscenza universale (valida per tutti e per sempre, caratteristica dei razionalisti) senza l'esperienza diretta.
Questo punto di vista è la caratteristica primaria del pensiero filosofico di Kant e della corrente di pensiero da lui introdotta del Criticismo.
Nella prossima lezione approfondiremo ancora un minimo la questione del Criticismo, con particolare riferimento alla dissertazione del 1770 De mundi sensibilis atque intellegibilis forma et principii e alla Critica della Ragion Pura del 1781/87, introducendo i vari tipi di giudizi, lo schematismo trascendentale e un accenno nominale alle categorie, per poi passare, finalmente, al problema morale e pedagogico.

Troverete inoltre la mappa concettuale relativa a quanto detto qui sopra.
Perdonate i possibili refusi di stampa, sperando che concettualmente sia tutto chiaro, sebbene complesso!
Commentate gente, commentate!

Una pietra miliare

Vi do il bentrovato con due post importanti: uno, il presente, dove diamo l'ufficiale chiusura (che non significa completezza) alle lezioni sulla definizione della Pedagogia; l'altro, il prossimo, inquadreremo il pensiero filosofico di Kant (da dove viene e che cosa ci dice) così da prepararci a quello pedagogico, argomento delle prossime lezioni.

Veniamo quindi alla chiusura della Pedagogia, argomento del presente post.
Un'attenta riflessione ci ha portati a dire (in seduta condivisa, seppur non comune, tra i due quinti che all'educazione mancavano sia i punti di riferimento (già citati nel precedente articolo) sia il ruolo ormai dominante delle tecnologie di massa, altrimenti definite con l'acronimo di ICT, ovvero Tecnologie di Informazione e Comunicazione.
Dopotutto, le ITC rappresentano quello che tentavo di dirvi riguardo la sfida che l'educazione già compie nei confronti della tecnologia ormai imperante e dilagante in ogni ambito sociale.
Tecnologia (informatica, poiché il libro o l'alfabeto sono già loro tecnologie) che è divenuta, a tutti gli effetti, una nuova agenzia educativa che bisogna tenere in una piena considerazione e riflessione teorica. Con Cambi e Flores D'Arcais, possiamo dire che per rispondere alla nuova sfida che l'educazione sta affrontando dobbiamo compiere una Pedagogia delle ICT.

PS
L'aggiornamento della mappa concettuale e una razionalizzazione dello spazio da cui attingere i preziosi materiali sono compiuti.
Sulla destra noterete, oltre al mio solito faccione, tre cartelle che andranno pian piano a riempirsi di materiale.
Navigatele e scaricate tutto ciò che vi metterò online. COMMENTATE anche, già che ci siete!

Buon lavoro ;)